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E come promesso torno a voi dopo aver finito “I leoni di Sicilia”.

Vi anticipo che non troverete dei veri e propri spoiler, ma è naturale che descrivendo il libro e quello che mi ha colpito, qualcosa della storia venga fuori.

Procediamo…
L’ho letteralmente divorato e, a venti pagine dalla fine, quasi non volevo continuare, perché già pensavo a quel senso d’abbandono che ti prende quando finisci di leggere un romanzo.

Era da tanto che un libro non mi restava dentro, che non influenzava le mie giornate.

Stefania Auci ci ha regalato una storia che, oltre a far impallidire i manuali di crescita personale, ci racconta un’epoca neanche troppo lontana, della quale raccogliamo i frutti ancora oggi.

Sembra quasi che nessuno abbia poi preso il testimone dalla famiglia Florio e la rivoluzione da loro innescata si sia fermata, senza avanzare nell’era moderna. Per certi versi, sembra quasi che la Sicilia di oggi, sia la stessa di allora.

Tristezza a parte per la mia terra, vi dico perchè questo libro mi ha commossa e sconvolta nel profondo.

Innanzitutto perchè mi ha consentito di conoscere una storia che ignoravo. Sì, i Florio sono assai noti in Sicilia, li conosci perché le cantine portano il loro nome, ma quanti conoscono la loro portata rivoluzionaria? Credo pochi.
Poi perché attraverso una scrittura pulita, descrizioni evocative, ma senza troppi fronzoli, mi sono ritrovata a vivere gli usi e i costumi dell’Ottocento e a respirare l’aria di una Palermo antica in grado di accogliere ma che, al tempo stesso, non dimentica le tue radici e da dove vieni.
Tra le pagine emerge la condizione della donna di quell’epoca: si tratta di una figura il cui parere poco conta all’interno della famiglia, men che meno all’interno della società.
Non parla di politica, non è volitiva, ma si piega a quello che le viene chiesto, dal padre prima, dal marito dopo, nulla più.

In questo contesto non puoi fare a meno che innamorarti di lei, Giulia, la milanese arrivata a Palermo per via degli affari del padre.
Lei non è come le altre, è diversa e Vincenzo Florio lo sa bene.
Ti ritrovi così a tifare per lei, nei dialoghi prendi la sua posizione e trattieni il respiro in attesa di una risposta, tutte le volte che fa a Vincenzo la fatidica domanda (non rivelo la domanda per evitare spoiler!!!).

Discreta, silenziosa, forte – così Ignazio, descrive la madre ed è proprio vero. Discreta, silenziosa e forte, fortissima, più della roccia, più del ferro e aggiungerei…più di Vincenzo.
Lei ha sopportato l’insopportabile, capo basso e spalle larghe ha sopportato il caratteraccio di uomo che sì, le ha dato tanto, l’ha resa ricca, ma che tanto le ha tolto.
Lei, però, sa tenerlo a bada, lei sa farsi ascoltare, lei è come quel “fuoco vivo” di Vincenzo.

“Se per te una persona è ragione di vita, non c’è nulla che tu non possa affrontare. Ma, se stare accanto a una persona è un obbligo o, peggio, un dovere che senti di dover assolvere, allora no, non devi farlo.” – Giulia crede che l’amore vero possa far superare mari e monti, Giulia non lo crede, lo sa con certezza, perchè lei e Vincenzo ne sono la prova.
Ho divorato le 430 pagine apprezzando e amando la portata rivoluzionaria della famiglia Florio, ma tra le pieghe di quelle pagine, non ho potuto fare a meno che apprezzare e amare alla follia questa donna, figlia di un tempo che ha fatto di tutto per metterle il guinzaglio ma che, grazie a Dio, non c’è riuscito.

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