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Nel “Giovedì Letterario” di “Donne con le Gonne” abbiamo intervistato una poetessa, saggista e narratrice; lei è Anna Maria Farabbi.

Con lei abbiamo affrontato diversi temi e scoperto nuovi punti di vista. Partendo da alcuni dei suoi versi abbiamo parlato di inclusività, della forza espressiva della lingua e della rivoluzione naturale rappresentata dal dialetto.

Anna Maria ha, inoltre, condiviso quello che dovrebbe essere per ciascuno un passo obbligato: recuperare la propria identità e le proprie radici. Un’intervista ricca e appassionata che sarebbe riduttivo sintetizzare in poche parole.

A seguire vi lascio degli estratti, mentre per la videointervista completa basterà cliccare al link di seguito:

Con la prima domanda abbiamo approfondito cosa ha rappresentato il dramma della strage di Salvemini, strage che ha ispirato un docufilm, in cui un aereo militare cadde su una scuola, causando la tragedia della morte di 12 ragazzi. Si parte dal dramma delle famiglie e della loro ricerca di sostegno materiale ed emotivo da parte dello Stato e si giunge alla consapevolezza che il sostegno necessario di fatto non c’è. Tale sconcertante scoperta rende l’individuo offeso doppiamente colpito. Cosa pensa di queste dinamiche, alla luce del suo impegno con soggetti deboli e problematici.

Credo che ci sia sempre Creonte da una parte e Antigone dall’altra. Pochissime sono le persone che riescono a tessere un comportamento e una capacità verbale di contrasto, di distanza e un’altra via rispetto a quella mortifera. Nella mia vita non è la prima volta che sto dentro il corpo di Antigone. La mia esperienza con i ciechi, sordi, persone con grave handicap psichico, in case di cura, con gli ospiti del reparto di oncologia ginecologica dell’ospedale di Sant’Orsola. Credo che questa sia espressione necessaria dell’identità, in cui arte, politica e mistica siano un tutt’uno, una treccia, un filo plurale che canta. La poesia è per me la mia aorta, che poi manifesta la sua espressione interamente con il corpo, con le mani, con l’abbraccio, con una parola studiata che non è tanto di consolazione, quanto di recupero di energia e di armonia malgrado tutto.

Abbiamo anche parlato di linguaggio e di come il dialetto in qualche modo spacchi i confini statalisti del linguaggio nazionale, per diventare una sorta di flusso comunicativo unico, incessante che va a riappropriarsi di tutte quelle cose che in una lingua standardizzata per assurdo non si riescono a esprimere. La parola poetica diventa riappropriazione collettiva del diritto degli essere umani di parlare una lingua umana e condivisibile con tutti gli altri. Quando Anna Maria scrive in dialetto non è importante conoscere il significato del singolo termine, ma è di fondamentale importanza l’ascolto del canto, di tutto il suono del verso. Che tipo di messaggio oggi è meglio affidare a un discorso poetico e dialettico.

Faccio una premessa. La lingua italiana è stata per me assimilata attraverso una parte del corpo: dalle due tempie in su. Negli anni ha costituito una palestra e un granaio verbale istituzionalizzato e standardizzato. La rivoluzione del dialetto mette in campo la corporeità della persona e la scaraventa in maniera biologica alle sue radici.

Non è una scrittura automatica il dialetto, esige un pensare in dialetto e quando penso in dialetto è perché vengo scaraventata in quel mondo minerale, vegetale, animale di quel luogo lì. Parlo di “quel” luogo, di “quelle” piante e la parola che esce dal mio fiato, prima ancora che dall’inchiostro, sa di questi sapori, di questi odori. Quello che è i canto in dialetto va ascoltato, prima ancora che letto: produce un vento forte, emanato dalla terra, un’emozione che ti scaraventa a terra.

Amiche e amici questo è solo un estratto, per l’intera intervista vi rimando al link sopra. Solo un consiglio: mettevi comodi, prendetevi il tempo necessario e lasciatevi coinvolgere dalla potente poetica di Anna Maria.

Buon ascolto!

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