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Oggi voglio parlarvi di una mia conterranea che si è opposta a un’usanza a dir poco vergognosa: lei è Franca Viola.

Si tratta della prima donna italiana ad aver rifiutato il matrimonio riparatore dopo essere stata stuprata.

Ebbene sì, fino al 1981 esisteva nel codice penale italiano un articolo, il 544, che evitava il carcere a una persona colpevole di stupro, se lo stesso colpevole sposava la donna abusata. Per un totale completamento del passo compiuto nel 1981, sarà necessario aspettare il 1996, quando la legge considerò lo stupro un reato contro la persona e non solo un reato contro la morale.

Questo era il contesto sociale italiano in cui si trovò Franca che, appena diciassettenne, il 26 dicembre del 1956, fu rapita, tenuta segregata e violentata da Filippo Melodia per 8 giorni.

Nata ad Alcamo da una famiglia di agricoltori, Franca conosceva già Melodia, in quanto i due erano fidanzati. Quando, però, l’uomo, nipote del mafioso Vincenzo Rimi, fu arrestato per furto e appartenenza a una banda mafiosa, il padre di Franca decise di porre fine alla storia, sciogliendo il fidanzamento. Iniziarono, così, le minacce e una vigna di proprietà della famiglia fu incendiata.

Le aggressioni alla famiglia culminarono con il rapimento della ragazza: Melodia e dodici uomini entrarono in casa della famiglia Viola e rapirono lei e il fratello di 8 anni, rilasciato due giorni dopo.

Il primo gennaio 1966 Bernardo Viola fu contattato dai parenti di Melodia con l’intenzione di accordarsi sul matrimonio “riparatore”. Il papà di Franca diede la sua disponibilità; in realtà, era solo un modo per scoprire dove era tenuta la figlia. Nel frattempo, infatti, contattò prontamente la polizia, che il giorno dopo fece irruzione nella casa in cui era tenuta la ragazza, liberandola e arrestando Filippo Melodia.

Nella Sicilia di allora, una ragazza, protagonista di un simile fatto, per salvare il proprio onore avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore. In questo modo avrebbe salvato la “dignità”, evitando di essere considerata una poco di buono. Franca e la sua famiglia si opposero, costituendosi parte civile.

Il malvivente fu processato a Trapani nel 1966 e condannato. Il percorso non fu facile, poiché la difesa tentò di screditare Franca, dicendo che era consenziente alla “fuitina”.

Nonostante i 22 anni richiesti dall’accusa, Melodia fu condannato a 11 anni per via di quella che era considerata “un’usanza”. La pena fu poi ridotta a 10 anni e due anni dopo l’uscita dal carcere, nel 1978, Melodia fu ucciso da mano ignota.

Della sua esperienza Franca Viola dice:

«Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi donna. Ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l’ho fatto in una Sicilia molto diversa, loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori.»

L’8 marzo del 2014, Franca Viola è stata insignita al Quirinale dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “per il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”.

Quello che Franca Viola insieme alla sua famiglia ha fatto non è stato semplicemente dire no a una situazione privata. Loro hanno detto no a istituzioni retrograde e patriarcali che consideravano la donna merce di scambio. Loro hanno spianato la strada all’evoluzione della donna in una Sicilia arcaica, sopraffatta oltre che dai mafiosi, da gente comune che badava molto di più a “cosa veniva detto dagli altri”, piuttosto che a cosa era giusto fare.

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