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Cari amici di “Donne con le gonne”, oggi abbiamo con noi Marta Bianchi e Andreina Bochicchio che ci parleranno del loro progetto “Faith”.

Chi è “Faith”?

Faith è la protagonista del nostro albo illustrato, è la storia di molte donne. Non si tratta di una donna che abbiamo realmente incontrato, Faith è un simbolo che rappresenta la storia successa a tante donne, che come lei sono state reclutate da una rete di trafficanti e destinate allo sfruttamento della prostituzione, in Italia in Europa.

Nel nostro caso, la protagonista viene reclutata da una rete di trafficanti in Nigeria, però sarebbe potuto accadere in altri luoghi del mondo, perché, come sappiamo, la tratta di esseri umani riguarda anche altri paesi, non soltanto la Nigeria e non soltanto le donne, ma anche uomini, minori ed adulti.

Abbiamo voluto raccontare la storia di una minore, reclutata da una rete di trafficanti e poi destinata all’esercizio della prostituzione in Italia. Faith rappresenta la storia di molte donne, è un simbolo immaginario, è l’insieme di elementi reali, avvenuti a tante persone che sia io che Marta abbiamo incontrato.

La scelta di unire tavole illustrate e monologo interiore per affrontare questo tema così delicato, risulta a mio avviso molto più forte incisiva di un articolo giornalistico che magari affronta l’argomento usando dell’essere crude. Come è nata l’idea?

Marta: L’idea di questo progetto nasce innanzitutto da Rossana Calbi, una giornalista pubblicista e curatrice d’arte, con cui io avevo collaborato in passato. La prima collaborazione risale al 2017-2018, con un progetto di Rossana che si chiama “Graphiste”, una mostra itinerante al femminile. Sapendo che svolgo, oltre alla professione di illustratrice, anche quella di psicologa, mi ha proposto di parlare della mia esperienza professionale con donne vittime di tratta e di fare un progetto insieme che parlasse di questo.

Già in passato avevo pensato di fare una cosa del genere, ovvero integrare la dimensione del sociale con quella dell’illustrazione, però avevo sempre incontrato delle resistenze mie personali e avevo sempre posticipato quest’idea.

Per me risultava complesso capire come poter parlare di questo argomento in una maniera che fosse rispettosa e che non andasse a tradire quei vissuti che le donne mi avevano affidato.

Rossana mi ha proposto un lavoro su questo argomento e ho accettato. All’inizio non avevo bene in mente cosa fare e come farlo. Rossana mi ha lasciato carta bianca, mi ha chiesto come avrei voluto impostare il progetto e le cose di cui avrei voluto parlare.

Sapevo, per i motivi che ho detto prima e per tutte le resistenze che avevo, di non poter fare un fumetto o un graphic novel in cui parlare del viaggio di una donna vittima di tratta. Non mi volevo soffermare sulle violenze, sui soprusi, sulle ingiustizie subite.

Ho capito che volevo fare un illustrato in cui ci fossero dei testi poetici, in cui io potessi, con delle immagini e anche senza l’utilizzo della figura umana, trasmettere dei vissuti e delle emozioni.

Avrei voluto impostarlo in questa maniera, però sentivo di aver bisogno di un supporto, di uno stimolo da cui partire, dei testi fatti in un determinato modo.

Con Rossana abbiamo pensato a chi avremmo potuto coinvolgere e ho pensato ad Andreina, che conosco da tempo. Sapevo che anche lei conosceva molto bene quest’ambito per via del suo lavoro e sapevo che avremmo lavorato bene insieme, perché ci sarebbe stata alla base una una certa sintonia e una comunanza di obiettivi.

Inoltre, condividiamo gli stessi gusti per quanto riguarda la letteratura, l’illustrazione, l’arte, la musica. Ho proposto l’entrata di Andreina nel gruppo di lavoro e Rossana mi ha dato l’ok.

Qual è stato il processo creativo? Sono stati creati prima i testi e poi le illustrazioni o viceversa?

Marta: Inizialmente sono stati creati i testi. Dopo aver concordato con Rossana che Andreina avrebbe scritto i testi, abbiamo pensato insieme a come impostare il lavoro. Eravamo d’accordo su quello che volevamo far emergere, quello che volevamo comunicare e quello di cui non avremmo voluto parlare.

Andreina ha elaborato i testi prima e io ho iniziato a lavorare alle immagini a partire dai testi. Diciamo che il processo creativo delle illustrazioni ha seguito il flusso emotivo con cui ha lavorato anche Andreina scrivendo i testi.

Così come i testi, le illustrazioni non seguono una logica “causa – effetto”, una logica temporale, non ci sono fatti narrati che si susseguono in ordine cronologico, ma esprimono sensazioni, emozioni, pensieri e flashback mentali della protagonista.

Ho letto tutto quanto il testo che Andreina mi aveva inviato e poi ho cominciato a disegnare senza fare uno storyboard prima e di getto, seguendo il mio filo emozionale, sulla base di quello che mi avevano trasmesso.

Non ho disegnato le prime righe del testo di Andreina e proceduto in ordine cronologico, ma leggevo ogni giorno il testo e producevo una tavola e determinate immagini, che in quel momento sentivo e volevo rappresentare.

Andreina: Rispetto ai testi e rispetto a quello di cui parlavamo prima, entrambe eravamo d’accordo sul fatto che non volessimo raccontare un viaggio in maniera descrittiva, così come avviene con una determinata narrativa.

Lo volevamo fare più in forma di viaggio quasi onirico, attraverso quelli che potessero essere i pensieri e le emozioni della protagonista, che è comunque una ragazzina di 13 anni.

Per cui l’idea del monologo interiore era quella di provare a suscitare un’immedesimazione nei pensieri e nelle emozioni di una persona che sta compiendo un viaggio verso l’ignoto, perché, man mano che il suo viaggio prosegue, si rende conto che la realtà è diversa da come l’aveva immaginata e si compone di ombre, di ansie, di paure, che abbiamo pensato fosse possibile rendere soprattutto attraverso un dialogo con se stessi e con quelle che possono essere le proprie paure.

Da questo punto di vista, la scelta di comporre dei testi brevi in forma di monologo interiore, è andata a coincidere perfettamente con le illustrazioni e i disegni di Marta, che hanno riproposto una sorta di universo onirico e cupo, la cui cupezza era fondamentale da un lato perché stavamo parlando delle vicende non semplici o leggere e dall’altro lato perché volevamo rappresentare questo sogno attraverso l’immaginario di una ragazza che si rende piano piano conto di essere stata ingannata.

Hai detto prima una cosa chiave “immedesimarsi” e avendo letto il volume posso dirti che siete riuscite nell’obiettivo, perché leggendo e guardando quelle tavole, mi sono immedesimata in quella ragazzina, mi sono isolata dal resto e ho iniziato effettivamente a provare quello che questa ragazzina trasferisce attraverso le vostre parole e le vostre illustrazioni.

Questo era senza dubbio per noi molto importante. Questo è un vissuto che sia io che Marta conosciamo molto bene per via del lavoro. Lei lavora come psicologa e io come legale, ed è un vissuto del quale normalmente o non si parla o quando se ne parla, se ne parla in un modo tale da provocare una sorta di assuefazione come dicevo prima, una narrativa che da poco spazio a i quelli che possono essere pensieri e le emozioni, ma si sofferma molte volte sulle violazioni, le violenze, su determinati aspetti dei vissuti che noi invece non volevamo raccontare, perché conoscendole, proviamo un profondo rispetto in merito a tutto ciò.

Al contrario, volevamo cercare di far emergere quella che potesse essere l’emotività della protagonista, non perché ci potessimo sostituire all’emotività di qualcun’altro, ma perché avendo lavorato tanto tempo con le donne che hanno vissuto un’esperienza del genere, sono poi le emozioni che abbiamo provato noi e che abbiamo cercato di far emergere.

Come siete arrivate alla passione per l’arte dell’illustrazione in un caso e a quella per la penna nell’altro?

Marta: Per quanto riguarda l’illustrazione, ho sempre disegnato da autodidatta, già da piccola. Fin dall’asilo, trascorrevo le giornate disegnando, ma l’ho sempre vissuta come una passione. Non avevo mai pensato di trasformarla in un lavoro. A livello formativo ho fatto tutt’altra strada, non ho frequentato delle scuole d’arte, il liceo artistico o un’accademia. Durante le scuole superiori e l’università ho continuato a disegnare da autodidatta, fino a che poi non mi è esplosa questa passione per l’albo illustrato per bambini, per l’illustrazione per l’infanzia.

Credo che che sia uno degli ambiti dell’editoria dove gli artisti possono esprimersi in maniera più libera. Rispetto al fumetto e al graphic novel, l’illustrazione per l’infanzia è veramente varia, all’interno c’è di tutto. Gli artisti usano tecniche diversissime e hanno molta possibilità e libertà di sperimentare. Secondo me, ma questa è un’opinione personale, sono lasciati più liberi, rispetto a chi lavora sui libri e su carta in altri ambiti. Ho capito che mi sarebbe piaciuto illustrare delle storie, non più disegnare per me stessa, senza un motivo esterno. Dopo aver finito l’università e mentre lavoravo nel sociale, ho fatto un corso di illustrazione con Simone Rea che mi ha insegnato veramente tanto, dopo, questa passione per l’illustrazione si è rafforzata sempre di più e ho deciso di iscrivermi ad una scuola di illustrazione di due anni, Officina B5 a Roma.

Da quel momento in poi ho portato avanti a livello lavorativo entrambi i canali, quello del lavoro nel sociale con le donne e quello dell’illustrazione. Questo per quanto riguarda il mio caso.

Andreina: sin da piccola amavo leggere tantissimo, ho sempre divorato tantissimi libri e avendo questa passione per la letteratura, la narrativa e per tanti generi differenti, ho cominciato ad esprimermi attraverso la scrittura prestissimo.

Ho sempre amato scrivere e questa è la ragione per cui, nel momento in cui Marta e Rossana mi hanno proposto di scrivere i testi di questo albo illustrato, ne sono stata molto contenta.

Potevo, attraverso la forma che prediligo, esprimere delle sensazioni e delle emozioni relative ad un vissuto conosciuto per motivi di lavoro. Un po’ come per Marta, per una volta avevo la possibilità di raccontare a modo mio determinate cose che mi sono particolarmente care, mi veniva data la possibilità di integrare due aspetti fondamentali della mia vita, che sono appunto la scrittura e queste tematiche delle quali mi occupo per lavoro.

Tornando all’argomento del vostro progetto, nel momento in cui la vittima decide di uscire fuori dalla condizione in cui si trova, cosa deve fare? Esiste un numero telefonico, uno sportello? Quali sono i canali per venirne fuori?

Innanzitutto è bene tenere in considerazione che quando parliamo di vittime di tratta, soprattutto se sono delle persone che non sono italiane, che vengono da un altro paese, la loro posizione è regolata da un articolo del testo unico dell’immigrazione, che detta tutta la disciplina relativa alla protezione delle vittime di tratta. Questo articolo prevede sostanzialmente la possibilità di attivare due canali: un canale sociale e un canale giudiziario.

Quello giudiziario si avvia con la denuncia da parte della vittima dei suoi trafficanti, l’altro, dal momento che la denuncia non è obbligatoria, né vincolante, si avvia nel momento in cui gli enti che sono predisposti a farlo identificano una persona come vittima di tratta. Questa identificazione normalmente avviene ad opera di persone esperte.

Difficilmente la vittima si rivolge ad un operatore dicendo di essere una vittima di tratta, perché non ha contezza né dei diritti che le spettano, né delle possibilità alle quali può accedere. Sa di essere in una situazione di sfruttamento, ma non conosce i canali che può attivare.

Nel caso in cui le persone che svolgono questo lavoro capiscono che una persona è in questa situazione e la persona offre il proprio consenso ad essere aiutata, può essere inserita all’interno di un programma di protezione, predisposto dall’articolo di legge che dicevo prima e che prevede il suo inserimento in un luogo sicuro, dove non possa essere rintracciata dai trafficanti. Il programma ha una durata di sei mesi e può anche essere prorogato a seconda delle esigenze della persona.

Il programma tende da un lato all’incolumità della persona che si sta sottraendo ai condizionamenti della rete criminale, dall’altro a far sì che si possa integrare e avviare a un processo di autonomia.

Tale processo avviene attraverso il rilascio di un permesso di soggiorno, fondamentale per darle maggiore forza, sottrarsi ad eventuali rivendicazioni da parte della rete criminale e consentirle di costruire un futuro nel territorio in cui si trova.

Se non si è residenti e regolari nel paese in cui si vive, è facile cadere nelle mani di altre reti criminali, di ricatti e insidie di vario genere. E’ per questo che sia la disciplina italiana, ma anche quella europea ed internazionale sono state coese nel rendersi conto dell’importanza di dare questo forma di regolarità.

Ad ogni modo, non è detto che laddove la persona si trovi in questa situazione ed entri in contatto con gli operatori, sia disposta ad essere aiutata. Esiste per questo un numero verde che può essere contattato h24, dove rispondono operatori ed operatrici che parlano diverse lingue.

Vengono realizzati anche dei volantini distribuiti alle ragazze e alle persone che si suppone si trovino in questa situazione, cosicché se in quel momento la persona decide di non chiedere aiuto, può decidere di farlo successivamente, avvalendosi di questo numero di telefono che è sempre disposizione.

Covid permettendo, come sarà possibile fruire la mostra?

Attualmente è possibile visitare la mostra all’interno di “Inferno Store”, a Roma invia Nomentana 313. E’ un negozio, ma non solo, in quanto è in generale un punto di diffusione. Lì si vendono vinili, dischi, fanzine, fumetti, libri, graphic novel, film. E’ anche un luogo molto importante di diffusione delle autoproduzioni e in generale di tutto ciò che è cultura indipendente.

Abbiamo organizzato e allestito una mostra che è stata aperta il giorno prima dell’emanazione del primo decreto legge per il contenimento dell’emergenza Covid e poi è stata subito chiusa al pubblico. Ora “Inferno Store” ha riaperto ed è possibile visitare la mostra.

Invitiamo chi vive a Roma ad andarla a visitare, perché è un’ottima occasione non solo per vedere la mostra, ma anche per conoscere un luogo di cultura importante. Lì è, inoltre, possibile acquistare le stampe dell’albo e albo l’intero .

Spero si riesca a mostrare Faith anche in altri spazi. Questo è da vedere, perché ogni giorno cambiano le cose. Dovevamo recarci in diversi festival che però sono stati annullati, ad esempio ad Empoli, al Ludicomix. Abbiamo partecipato su Zoom al “Fruit Exhibition Festival”, il festival è stato annullato e sono state fatte delle videoconferenze on-line durante le quali abbiamo presentato il progetto e l’albo illustrato.

Avremmo dovuto esporre Faith anche a “Innesti”, una mostra in Puglia, che si sarebbe dovuta svolgere a Palazzo Risolo, a Specchia, in provincia di Lecce, ma non è stato possibile organizzare per giugno e per ottobre a causa dell’emergenza Covid. Vedremo dove potremo portare Faith, tutto dipende da come si evolverà la situazione.

Cosa vorresti dire alle donne di domani?

Più che un messaggio, una speranza che è poi quella contenuta all’interno dell’albo stesso, della storia che abbiamo raccontato. Raccontiamo la storia di una donna che, nonostante parta da un vissuto di estrema sopraffazione ed oppressione, alla fine, in qualche modo, riesce a ribellarsi a queste forme di oppressione e a riappropriarsi della propria vita e delle proprie scelte, diventando poi l’unica padrona di se stessa.

Questa è la speranza che abbiamo per noi e per tutte le persone che si trovano in questa condizione, di avere sempre la forza di credere nella possibilità e di cambiare qualsiasi situazione che le opprime.

Se vi va di sentire l’intervista, vi invito a cliccare sul seguente link:

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